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Vista aerea della parte inferiore del bacino dello Zambezi, in Zambia. Credit: golero/ E+/ Getty Images.

Le politiche di mitigazione del cambiamento climatico introdotte nei paesi più ricchi potrebbero involontariamente danneggiare i bacini fluviali nelle regioni in via di sviluppo, secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change.

Una misura fondamentale per limitare il riscaldamento globale consiste nell’attribuire un prezzo alle emissioni di gas serra, o imponendo una "carbon tax", o introducendo sistemi di mercato in cui gli stati e le aziende possono comprare e vendere permessi per emettere gas serra. I prezzi del carbonio possono essere fissati a livello globale, o differenziati a livello regionale, tipicamente rendendoli più alti nei paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo. Gli autori, guidati da Andrea Castelletti del Politecnico di Milano, hanno voluto capire se i due approcci possano avere un impatto diverso sui paesi in via di sviluppo. Hanno analizzato quindi il corso dello Zambesi in Africa meridionale, uno dei più grandi bacini fluviali transfrontalieri del mondo. Assicura irrigazione e trasporto a 40 milioni di persone, che si prevede diventeranno 70 milioni entro il 2050. Quest'area, che ospita le Cascate Vittoria, è rappresentativa di molti bacini fluviali in cui si stanno progettando grandi dighe, per soddisfare le esigenze di crescita delle economie africane attraverso la produzione di energia idroelettrica e l’irrigazione.

Gli autori hanno usato il Global Change Analysis Model (GCAM), un modello di valutazione integrata ampiamente adottato e utilizzato anche nei rapporti dell'IPCC, per generare più di 30.000 scenari che considerassero i diversi cambiamenti socioeconomici e i loro effetti sui sistemi naturali. Si sono basati su studi precedenti per selezionare un sottoinsieme di più di 7.000 scenari, che hanno combinato con dati climatici e proiezioni basate su diverse politiche di mitigazione, in particolare su prezzi del carbonio globali o differenziati a livello regionale. "Abbiamo fatto un'indagine esaustiva, dato che in genere si seleziona un numero molto più piccolo di scenari" dice Matteo Giuliani del Politecnico di Milano, primo autore dello studio.

I risultati mostrano che, quando i prezzi delle emissioni sono differenziati a livello regionale, la domanda d’acqua per irrigazione può essere doppia rispetto a quella che si avrebbe con prezzi uniformi a livello globale1. Questo perché i prezzi differenziati del carbonio possono incoraggiare il land grabbing, una pratica in cui i paesi ricchi investono in grandi progetti agricoli nelle regioni africane, approfittando di un basso prezzo da pagare per le emissioni legate al cambio di destinazione del suolo.

Nelle regioni dell'Africa meridionale, nello scenario di frammentazione regionale, il consumo di acqua per le colture potrebbe aumentare in media del 400% (e fino al 700%) rispetto ai livelli del 2005, a causa dell'agricoltura estensiva. In uno scenario globalmente uniforme dei prezzi delle emissioni, invece, la domanda di acqua aumenterebbe in media del 200% (e fino al 300%). L'aumento medio in tutto il continente è del 140%. Una domanda così elevata può ridurre l'acqua che scorre nel delta, minacciando la produzione di energia idroelettrica, la pesca, gli habitat per la fauna selvatica, e tutte le componenti di ciò che i ricercatori chiamano ‘sistema acqua-energia-cibo’. Le regioni dell'Africa meridionale e occidentale includono circa il 60% di tutte le dighe africane attualmente pianificate o in costruzione, e potrebbero essere interessate in futuro dalle dinamiche identificate dallo studio.

"Questa ricerca rappresenta uno dei primi studi 'glocal', dove gli impatti delle politiche di mitigazione globale sono analizzati alla scala più fine del bacino fluviale" dice Castelletti. "Sarebbe stato impossibile solo 20 anni fa lavorare con questo tipo di modelli, e questo significa che le politiche globali non devono più basarsi sull'intuizione di pochi economisti, ma possono essere sempre più basate su modelli e prove".

"Questo studio è altamente innovativo perché utilizza una combinazione unica di strumenti di simulazione, a livello globale e di bacino fluviale" dice Claudia Ringler, vice direttrice della Divisione Ambiente e Tecnologia di Produzione dell'International Food Policy Research Institute, Washington D. C. che non ha partecipato allo studio. "Un possibile limite è che le implicazioni del prezzo del carbonio sui combustibili fossili, e quindi su fertilizzanti e trasporto di cibo, non sono stati considerati assieme agli altri fattori".