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Il virus dell'epatite B causa malattia cronica nel 10% degli adulti e nel 90% dei bambini che contraggono l'infezione, e può condurre a insufficienza epatica o cancro. Crediti: theasis/Getty Images.

Ricercatori italiani hanno messo a punto una combinazione di un farmaco e un anticorpo che induce specifiche cellule del sistema immunitario a combattere il virus dell’epatite, impedendogli di danneggiare il fegato dei pazienti cronici. La terapia ha superato i test pre-clinici su topi e macachi, spiegano gli autori su Science Translational Medicine1.

Il virus dell’epatite B si diffonde attraverso il contatto con il sangue o l’attività sessuale e può essere trasmesso da madre a figlio durante il parto. Può provocare una malattia acuta o cronica. Circa il 10% degli adulti infetti e il 90% dei bambini sviluppa epatite cronica, che può evolvere in insufficienza epatica o cancro. Nonostante l’esistenza di un vaccino altamente efficace, nel mondo sono circa 300 milioni i pazienti con la malattia cronica, molti dei quali si sono infettati prima dell’introduzione del vaccino o in aree dove questo non è disponibile. Le terapie attualmente in uso contro l’infezione cronica sono farmaci antivirali da assumere per tutta la vita, che si limitano a ridurre il rischio di danno epatico.

Nel 2019, ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano hanno scoperto2 che specifiche cellule immunitarie, chiamate linfociti T CD8 positivi, combattono il virus durante l’infezione acuta, ma smettono di funzionare correttamente quando l’infezione diventa cronica. Hanno anche scoperto che l’interleuchina-2, una molecola segnale del sistema immunitario, può invertire il processo e indurre le cellule CD8 a tornare a combattere il virus.

“L’interleuchina-2, però, sollecita anche altre cellule immunitarie responsabili di tossicità sistemica e attività immunosoppressiva, dunque non possiamo utilizzarla come una terapia sicura per l’epatite B”, osserva Matteo Iannacone, responsabile della Divisione di Immunologia, Trapianti e Malattie Infettive dell’Ospedale San Raffaele e autore principale dello studio.

Ora i ricercatori, in collaborazione con la Asher Biotherapeutics, negli Stati Uniti, hanno coniugato l’interleuchina-2 con un anticorpo che si lega in modo specifico ai linfociti T CD8 positivi. Il nuovo farmaco rinvigorisce l’attività antivirale delle cellule senza stimolare altri linfociti, riducendo la tossicità e gli effetti immunosoppressivi, costituendo così una potenziale opzione per trattare l’epatite B cronica. “La Asher ha intrapreso una sperimentazione clinica di fase 1 dello stesso farmaco come trattamento antitumorale e stiamo aspettando di conoscere i loro risultati in termini di sicurezza prima di pianificare la sperimentazione clinica per l’epatite cronica”, dice Iannacone.